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Qual è dunque il significato di spread? Come e quanto influisce a livello economico una sua eventuale variazione? Ecco perché se ne parla tanto.
Lo spread è un cosiddetto indicatore economico, un valore che indica la differenza di rendimento tra due differenti titoli di Stato. Viene espresso in punti base (la centesima parte di un punto percentuale che equivale allo 0,01%) e rappresenta un parametro rilevante e in grado di determinare con precisione lo stato di salute dell’economia nazionale rapportata agli altri Paesi.
Più tale valore si mantiene basso, maggiormente l’economia di uno Stato assumerà un carattere positivo e di conseguenza stabile.
Il termine anglosassone spread significa letteralmente “divario”: in Italia tale indicatore economico per convenzione si misura comparando il rendimento dei BTP o Buoni del Tesoro Poliennali a 10 anni (ovvero obbligazioni emesse dallo Stato per finanziare e coprire il proprio debito pubblico) con i Bund tedeschi, considerati titoli di riferimento, complice la solida economia che contraddistingue la Germania e che ne determina l’affidabilità.
Calcolare lo spread significa mettere a confronto il rendimento di due tipologie di Titoli di Stato differenti: se dunque le quotazioni dei BTP determinando un rendimento del 4% e i Bund del 7%, si otterrà uno spread pari al 3% (effettuando una banale sottrazione) o 300 punti base.
Se tale valore sale, l’indicatore economico finisce per determinare inevitabilmente un progressivo incremento del debito pubblico dello Stato: viene da sé che gli investitori tenderanno a prediligere l’acquisto di Titoli di Stato,in grado di generare e garantire un rendimento sicuro e concreto, tralasciando invece quelli che si rivelano precari, instabili e poco redditizi nel mercato finanziario.
Si innesta un autentico circolo vizioso: lo stesso Stato, per garantire la stabilità e il rendimento dei titoli che mette a disposizione degli investitori, deve ricorrere ad ulteriori finanziamenti e risorse economiche fornite da banche, altri Stati e persone fisiche, alimentando inevitabilmente il Debito Pubblico, da sempre sinonimo di “crisi” perlomeno per quel che riguarda l’Italia.
Titoli di Stato redditizi e stabili implicano risorse economiche solide a monte che ne garantiscano un rendimento accettabile: se viene a mancare tale caratteristica, lo Stato si vedrà comunque costretto a “rimediare”, ben consapevole di determinare tuttavia una situazione di crisi economica interna difficilmente sanabile.
Da sempre lo spread compare tra gli indicatori più rilevanti, in grado di definire la solidità dell’economia di uno Stato. Tale valore è forse quello che si rivela più impattante soprattutto nella quotidianità del cittadino.
Uno spread eccessivamente alto equivale all’incremento del debito pubblico: se lo Stato ha dunque la necessità di “arginarlo” in qualche modo reperendo fondi,il Governo inevitabilmente dovrà ricorrere all’introduzione di nuove tasse e, ancor peggio, ad una riduzione dei pubblici servizi.
A subirne le conseguenze sono anche i tassi di interesse di mutui e prestiti: l’accesso a tali finanziamenti risulta più difficoltoso e come diretta conseguenza, anche il mercato immobiliare finisce per subire notevoli rallentamenti esattamente come tutta l’economia legata ai beni di consumo.
Ad oggi, quantomeno in Italia, lo spread subisce oscillazioni quotidiane: fattori quali crisi di Governo e politiche, calamità naturali, incidenti ed attentati, nonostante esulino dall’economia, influiscono in maniera significativa sulle variazioni dello stesso indicatore economico, un’etichetta che ancora una volta pone il Paese faccia a faccia con le proprie carenze e criticità.
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