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Nella giornata di lunedì 20 novembre la Guardia di Finanza di Milano ha proceduto ad un sequestro di oltre 779 milioni e 453 mila euro nei confronti di Airbnb, società irlandese specializzata negli affitti brevi, accusata di frode dalla procura di Milano poichè non avrebbe pagato la cedolare secca del 21% sui canoni, arrivando ad un evasione di 4 miliardi di euro.
In base a quanto risulta dai primi accertamenti la società non avrebbe ottemperato agli obblighi imposti dalla legge del 2017 sottraendosi così al dichiarazione e al versamento di ritenute, in qualità di sostenuto d’imposta.
La presunta evasione riguarderebbe canoni di locazione breve per un ammontare complessivo di 3.711.685.297 euro corrisposti dagli ospiti delle strutture presenti su Airbnb nel periodo tra il 2017 e il 2021.
L’ipotesi degli inquirenti è che la società abbia corrisposto ai proprietari degli immobili la cifra versata di locatari al netto della commissione addebitata per l’utilizzo della piattaforma digitale, omettendo però di pagare il fisco italiano nel periodo tra gennaio 2019 e gennaio 2023.
In base a quanto dichiarato dal giudice Minerva, sarebbero ormai anni che Airbnb avrebbe deciso di non allinearsi alla normativa italiana sul versamento della cedolare secca sugli affitti brevi, al fine di non rischiare di perdere fette di mercato che inevitabilmente finirebbero in mano alle piattaforme concorrenti.
Airbnb aveva fatto ricorso al Tar nel 2017 contro tale normativa. La questione era poi arrivata anche al Consiglio di Stato che a sua volta aveva coinvolto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il 22 dicembre 2022 la Corte ha dato ragione all’Italia, ritenendo legittima la ritenuta alla fonte prevista dal sistema fiscale nazionale.
La Corte ha invece dato ragione alla piattaforma per quanto riguarda l’obbligo di designare un rappresentante fiscale, onere giudicato sproporzionato e contrario alla libera circolazione dei servizi.
Dopo l’interlocuzione con l’Agenzia delle Entrate Airbnb potrebbe decidere di rivalersi sugli host che non hanno versato la ritenuta d’acconto, decisione che però rischierebbe di aprire innumerevoli contenziosi.
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